Viaggio sulla collina del vento

26/03/2013

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Non avevo molto tempo nel mio viaggio, ma mi ero messa in testa di visitare gli scavi di Krimisa, una città della Magna Grecia che si trovava vicino al mare, in Calabria. L’antica città sorgeva su una collina tra l’attuale Cirò e il Mar Jonio. L’aveva fondata il famoso Filottete di Tessaglia dopo aver combattuto nella guerra di Troia.

Pochi anni fa questi scavi erano aperti al pubblico. Erano stati la sensazione nel mondo archeologico.

Raggiunsi l’area del tempio di Apollo Aleo in un pianoro baciato dal sole. Mi sedetti sulla base di una colonna e il mio sguardo corse sopra il prato sui ruderi antichi, grossi blocchi di marmo bianco scolpito con dei bellissimi rilievi. Poi un cielo luminoso e sotto il mare solenne. Questo tempio gli antichi popoli lo dovevano vedere già da lontano, come un miraggio.

Mi alzai e salii per vedere anche gli scavi di Krimisa sulla collina. Seguii il sentiero a passi lenti, aspirando il profumo della sulla color porpora, della ginestra dolce, del rosmarino e del sambuco. Mi fermai a lungo davanti a un olivo gigante con il fogliame tutto d’argento. Ed ecco aprirsi la vista sugli scavi di Krimisa. Ad un tratto posso distinguere le tracce dell’agorà, il foro, vicoli, botteghe, case. Sulle pietre, al sole, corrono le lucertole. Osservandole, mi viene sonno, ma poi mi chiama un bambino, Michelangelo, che sta seduto in alto, sull’ulivo, osservando la straniera che io sono per lui. Non vedo più gli scavi, solo la terra dura che viene lavorata dalla madre di Michelangelo, mentre il padre sta al confino su un’isola lontana. Ed ecco il Prof. Orsi con i suoi uomini che lo accompagnano come collaboratori. È convinto di aver trovato Krimisa. L’archeologo appassionato aspetta con impazienza il permesso di cominciare a scavare il terreno.

Michelangelo nel frattempo ha aperto una tovaglia con dentro la merenda, pane di grano, formaggio, olive e vino, tutti prodotti cresciuti sulla loro terra. Mangiamo e ascoltiamo i suoni della chitarra ed il canto melodioso del ragazzo.

È stato il vento (o il vino?) che mi ha ingannato e mi ha fatto addormentare al sole ormai caldo. Mi sveglio da un sogno che mi aveva portato nel passato. Ora non ci sono più né Michelangelo, né il Prof. Orsi e i suoi collaboratori. Invece, con orrore, vedo delle pale eoliche girare nel vento rumoroso di questa collina. Però questo posto sacro con l’ulivo secolare non l’hanno toccato. Resta come ultimo pezzo idilliaco del paradiso di allora. L’ha salvato, con grandi sacrifici, la famiglia Arcuri sul Rossarco.

Il libro „La collina del vento“ di Carmine Abate è un romanzo molto suggestivo, che tratta di un bellissimo posto in Calabria e di una famiglia povera che fa di tutto per proteggere la sua terra contro il progetto di costruire delle pale eoliche per sfruttare il vento forte della collina.

In questo testo ho fantasticato sul contenuto del romanzo, che sto ancora leggendo, e ho fatto un bel viaggio con la fantasia.

Almut

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Venezia, Vivaldi e Tiziano Scarpa. Un viaggio, una fantasia

26/03/2013

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Ascoltare un concerto di Vivaldi nella Chiesa di Santa Maria della Pietà di Venezia è già una bella esperienza. Ma avendo letto il libro “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa l’intensità dell’esperienza raddoppia.

Seduta su un banco in questa Chiesa famosa, dove Vivaldi diresse tanti concerti, sto pensando all’orfanotrofio del Settecento chiamato Ospitale della Pietà. Penso alle orfane rinchiuse per tutta la vita in questa rigida istituzione. Qui nacque l’opera grandiosa di Vivaldi, qui il compositore ebbe a disposizione il coro, e le musiciste orfane.

Ascoltando la musica, sono immersa in un sogno come se vivessi nel Settecento, come se questi suoni venissero dall’alto poggiolo sospeso sopra l’altare come se suonassero ancora le giovani musiciste nascoste dietro le fitte grate.

E immagino Cecilia, la sedicenne orfana, violinista straordinaria, che ha nostalgia della madre e soffre di solitudine. Che differenza avrà fatto l’arrivo del maestro e compositore Antonio Vivaldi? Il prete con i capelli rossi e il naso lungo, che la fece suonare in modo tutto diverso: Doveva fare strillare lo strumento come se fosse un uccello, imitare il grido delle rondini in volo, il canto dell’usignolo. E poi l’impatto della sua prima uscita dal convento, dove era protetta dal mondo e allo stesso tempo imprigionata. Avvolte nei mantelli e con i volti coperti da una maschera, le ragazze vissero l’esperienza del primo tragitto in barca. Suonarono in un palazzo per qualche benefattore moribondo che donava una parte dell’eredità all’Orfanatrofio. Che palazzo sarà stato? Il Palazzo Ca’ d’Oro? o il Palazzo Dario? E che effetto avranno fatto le quattro poesie stampate e distribuite in chiesa prima del concerto per guidare l’ascolto del pubblico prima di suonare “Le Quattro Stagioni”?  Evocavano la neve, il ghiaccio che si scioglie, il cane che abbaia, i pastori, il temporale, lo strepito e i silenzi, il ballo dei contadini, il canto del cardellino la gioia e la rabbia, tutto in un pezzo di musica, un anno vissuto in un’ora.

Come e dove sarà finita Cecilia che ebbe il coraggio di fuggire dal convento? Riuscì ad affermarsi come grande musicista? Che le abbiano messo in mano un violino per farla suonare per i nobili? Speriamo! Per me vive e suona ancora nelle chiese, nelle calli e sulle acque di Venezia.

Almut

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