“La grande bellezza“ di Paolo Sorrentino

03/12/2013

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Estate a Roma. Su un colle con vista panoramica un gruppo di turisti giapponesi segue la sua guida. Mentre in una loggia un coro canta, un giapponese scatta una foto e cade morto per terra. Vedi Roma e poi muori?

La scena seguente ci trasporta su una terrazza sopra i tetti e le luci della Roma notturna, dove si svolge una festa gigantesca e stravagante. In mezzo a una folla che balla freneticamente emerge Jep. Jep Gambardella (interpretato da Toni Servillo) è un giornalista mondano, il re delle feste dell’alta società romana. Si festeggia il suo sessantacinquesimo compleanno.

Secondo alcune recensioni, questa scena (che dura un buon quarto d’ora) sarebbe un piccolo capolavoro della cinematografia contemporanea.

Il giorno seguente, dopo aver passato la notte con una donna sconosciuta, Jep comincia a riflettere sulla sua vita futile e vuota e esprime il desiderio di cambiarla. Da giovane aveva scritto un romanzo che ha avuto molto successo, ma da 40 anni non ha scritto più niente, nemmeno un servizio importante. Forse riuscirà a scrivere un nuovo libro? Sul nulla?

L’amore potrà riempire il vuoto, dare un nuovo senso alla sua vita? Jep ricorda il primo amore e comincia una relazione amorosa con una spogliarellista quarantenne che finisce per morire, non si sa come…

Ma la sua vita continua ad essere una festa ininterrotta, sempre impeccabilmente vestito e con una sigaretta tra le dita. Attorno a Jep, alle feste mondane o quando invita lui gli amici sulla propria magnifica terrazza affacciata sul Colosseo, si trova sempre lo stesso gruppo di amici – la caporedattrice nana della rivista per cui Jep scrive, uno scrittore teatrale frustrato e respinto dalla donna amata e che alla fine ritorna al suo paese, un’attrice/scrittrice egocentrica, una ricca borghese con un figlio pazzo, un venditore di giocattoli idiota e sua moglie. A questi si aggiungono altri personaggi, dai tratti caricati, come il cardinale – quasi papa – che è un esperto di cucina o una coppia di nobili falliti che si fa noleggiare per le feste.

Il film diventa una lunga sequenza di episodi intercambiabili, a volte con scene esilaranti e grottesche – come l’applicazione collettiva di botox da parte di un medico-mago o la scena in cui dignitari di tutte le religioni baciano la mano a una monaca anzianissima e cadaverica, ma quasi santa, seduta su un’enorme sedia di vimini come su un trono.

Magnifica interpretazione di Toni Servillo, belle immagini e bella musica, un film divertente, ma troppo lungo (quasi due ore e mezza). E alla fine ci domandiamo quale sarebbe “la grande bellezza”. Roma? Di Roma come città non si vede molto, il Lungotevere, alcuni palazzi e giardini, una grande parte delle scene è girata di notte. L’alta borghesia romana, decadente e quasi barocca, nella quale si muove Jep fra opulenza e transitorietà?

Certo, il film è un omaggio a Fellini, ma come dice una critica “La grande bellezza sta a La dolce vita come la Via Veneto di oggi sta alla Via Veneto del 1959” … (Alessandra L. Kezich in ‘La Stampa’ del 21/05/2013)

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Un elefante a Bressanone

20/03/2013

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L’autunno scorso abbiamo cominciato a leggere nel nostro forum letterario “Eva    Dorme” di Francesca Melandri, un romanzo che tematizza la questione sudtirolese. Essendo di nazionalità portoghese, la mia percezione di questa problematica era molto superficiale. Motivata da questa lettura, alla fine d’ottobre ho intrapreso insieme a mio marito un viaggio in Alto Adige sulle tracce della famiglia di Eva.

Dopo qualche giorno a Merano e Bolzano, siamo arrivati a Bressanone. Siccome il tempo era brutto e piuttosto invernale, abbiamo scelto come alloggio un albergo comodo e accogliente: lo storico Hotel Elephant in pieno centro. Sulla facciata di quest’albergo è dipinto un sorprendente affresco che rappresenta un enorme elefante con il suo mahout addosso e circondato da diversi personaggi. Quest’animale esotico nel cuore delle Alpi ha svegliato la mia curiosità e come risultato della mia ricerca vi racconto adesso il fantastico viaggio dell’elefante Salomone, un vero ambasciatore fra diversi popoli e culture nell’Europa del Rinascimento.

Siamo a Lisbona nell’anno 1551. Il re portoghese Giovanni III decide di regalare a suo nipote, l’arciduca Massimiliano d’Austria (futuro imperatore Massimiliano II) un elefante che aveva fatto venire dall’India. L’elefante fu battezzato Salomone. Non si conosce il motivo esatto di questo stravagante regalo – secondo alcune fonti, sarebbe stato un regalo di nozze, secondo altre, Salomone (variante di Suleimano) sarebbe un simbolo della sconfitta dell’ impero ottomano per opera degli austriaci. In ogni caso, questo tipo di regalo esotico era di moda alla corte portoghese come dimostrazione del potere politico-economico risultante dalla scoperta di nuovi mondi.

Accompagnato dal suo mahout e da un enorme seguito, l’elefante iniziò il lungo e avventuroso viaggio da Lisbona fino a Vienna, attraversando la Spagna, il Mediterraneo fino a Genova, passando poi per Milano, Mantova, Verona, Trento e Bolzano. Dappertutto Salomone fu accolto dalla folla stupita che festeggiò il suo passaggio come un evento straordinario. Dopo questa camminata, che durò qualche mese, tutti erano stanchi e inoltre l’inverno era frattanto arrivato nelle Alpi. Occorreva così fare una sosta prima di affrontare la difficile salita verso il passo del Brennero. A Bressanone esisteva un grande albergo dotato di ampie stalle che poteva ospitare in modo comodo l’elefante e i suoi accompagnatori. Dopo una meritata sosta di due settimane in quest’albergo, l’elefante e il suo seguito proseguirono il loro viaggio, prima a piedi verso Innsbruck e poi per via fluviale attraverso l’Inn e il Danubio, arrivando finalmente a Vienna, dove Salomone fece un ingresso trionfale.

Con una riuscita trovata di marketing, l’oste che aveva ospitato Salomone a Bressanone ribattezzò l’albergo “Am Hellephanten” e fece dipingere sulla facciata l’affresco che aveva suscitato la mia attenzione.

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