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Gran canaria: le mie serate magiche

31/12/2011

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Las Palmas de Gran Canaria

Isole Canarie, Spagna

Quartiere di Vegueta

A 13 anni mi perdevo fra quelle strade del mio quartiere nel tramonto, il mio momento preferito della giornata. Sabato sera, oppure venerdì sera, uscivo, scappavo dalla mia realtà e intraprendevo un cammino pieno di avventure. Le case erano borghesi, figlie di un passato immortale che si respirava in ogni angolo. Mi piaceva immaginare signore vestite di giallo con i loro abiti propri della loro epoca, il XIX secolo, e con le loro pamele, guanti bianchi e ventagli. Le guardavo, quasi vive, mentre loro ridevano sedute dopo essersi raccontate chissà quale petegolezza nell’orecchio. Amavo il mio quartiere, il più antico della città, quello in cui si era alzata la sua prima pietra e dove l’alta società aveva vissuto per tre secoli. I suoi abitanti erano cambiati dopo la guerra, ma c’erano ancora piccoli segni di quel passato di poeti, pittori e grandi banquetti con signorine pronte a trovare marito e ragazzi furbi in cerca di belle donne.

Il pavimento era fatto di pietre irregolari e si faceva fatica a camminare. Io spesso stavo attento a non cadere mentre percorrevo quelle strade. La sera, quando la magia riempiva la mia anima, correvo da solo per quelle vie isolate, dimenticate, dove molti lampioni non funzionavano più e il chiaroscuro dominava sulle pareti. Prendevo il mio quaderno, la mia penna, e mi sedevo da solo in qualche angolo sperduto per raccontare le storie che vedevo e vivevo lì. Un signore con cappello a cilindro nero e smoking mi dava sempre il benvenuto e dopo rientrava a casa sua perché voleva sentire sua figlia che suonava il pianoforte. Era bellissima, la melodia. Mi ispirava così tanto che perfino a volte dipingevo i baffi dei signori o i sorrisi beffardi delle moglie. Era davvero speciale. Io, che non disegnavo, ci riuscivo fra quei muri. Più tardi, quando mia madre mi chiamava, salutavo tutti e ritornavo. Dovevo cenare.

Credo che la voglia di sognare ce l’ho sempre avuta. Da piccolo mi piaceva fantasticare, vedere personaggi che non esistevano e parlare con loro. Pensare cosa avrebbero risposto mi rendeva felice. In quegli anni, però, quell’abitudine di passeggiare la sera dovette convivere con un’altra: il cinema Monopol. Ancor’oggi esiste e non posso fare a meno di visitarlo almeno una volta alla settimana. D’inverno mi piaceva molto scendere da casa mia e andarci a scoprire qualche film europeo e di basso costo. Le storie che raccontavano mi stavano vicine. Era quasi sotto casa mia e io, verso le sei, ci andavo per controllare quali proiezioni ci sarebbero state quella sera. Avevo un amico, Luis, che mi accompagnava quasi sempre. Lui amava il cinema e voleva diventare musicista. Dopo il film in quelle sale dalle poltrone non tanto commode ma accoglienti, percorrevamo ancora quelle strade del quartiere, abbellite dal suono di qualche trombettista, per andare a casa sua, una di quelle case antiche antiche di cui scrivevo; e lì suonava un po’ la chitarra mentre io mi mettevo a leggere. Alla fine, quando ci veniva la noia, chiamavamo qualche pizzeria, ce ne facevamo portare una o due e le mangiavamo nel vedere un altro film, stavolta di Chaplin o di registi come Truffaut, presi dagli scaffali di sua madre, che era artista.

Quei giorni furono molto allegri per me e contribuirono a formare il mio carattere. Gli avvenimenti si svolsero sempre fra quei muri, fra quelle piazze, davanti al duomo… Perciò ancor’oggi, anche se il mio amico è partito per Madrid e cerca di farsi conoscere con un gruppo di rock, rimane in me il bisogno di camminare ogni tanto da solo fra quelle strade di sogni, di ricordi e di aspirazioni passate.


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