Il volto arcaico della Sardegna

11/04/2013

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Siamo nell’anno 2005 e tre amiche ed io si avviano a scoprire la Sardegna.

Cominciamo il viaggio con un volo fino ad Olbia a nordest dell’isola, poi noleggiamo una macchina e via, l’avventura può cominciare.

La prima tappa è la famosa Costa Smeralda. Villaggi mondani e turistici con le debite barche di lusso si alternano a posti solitari, paesaggi suggestivi ed un mare color veramente smeraldino. Proseguiamo fino al punto estremo del nord dell’isola, dove il paesaggio diventa più ruvido e roccioso – il cosidetto „Capo Testa“, un enorme promontorio scoglioso con delle rocce scolpite dal vento che sembra sporgersi verso la Corsica, distante solo 12 km.

Tornando dal nord verso il nostro domicilio a Muravera, che si trova sulla costa orientale, passiamo per una cittadina originariamente romana, Tempio Pausania, che ci colpisce per la sua austerità dovuta alle case di granito color grigio scuro. Però non solo la città ci colpisce, anche il paesaggio intorno che è pieno di querce da sughero piccole e grandi. Molte di loro hanno le „ferite“,  almeno a me sembrava cosi. I contadini avevano appena raccolto la corteccia di sughero e i tronchi rimangono nudi e rossi come se avessero sanguinato.

 

Andiamo avanti verso sud sulla strada centrale dell’isola. Nuraghe sparsi nel terreno, montagne deserte e coperte di macchia, terra secca con delle pecore e paesini chiusi e semplici  appaiono lungo il nostro percorso. Girando poi verso il mare, il paesaggio diventa più fertile ed i paesi più grandi, tagliati da una strada centrale ed una piazzetta davanti alla chiesa. Proprio in un tale paesino andando giù dalla montagna avendo già fatto molta strada e l’ora già avanzata,  abbiamo tutte bisogno di un rinfresco o di un caffè. Vediamo il segno „bar“ su una delle case basse sulla via principale e con sollievo fermiamo la macchina ed entriamo. Dove siamo arrivati! Da una piccola stanza oblunga, buia e piena solo di uomini, almeno trenta teste ci fissano con facce chiuse e sguardi ostili. Ogni conversazione si ferma, come a comando, e noi siamo al centro della loro attenzione. Intruse! Dopo qualche secondo di meraviglia ed un saluto nostro, io proseguo verso il barista per chiedere in italiano se ci può servire quattro caffè. Da quel momento il ghiaccio si rompe, il barista ci chiede da dove veniamo e a dove vogliamo andare.

 

Questo incontro si è inciso nelle nostre menti e rimane indimenticabile.

Leggendo dopo nel nostro corso il libro „Accabadora“ di Michela Murgia tutto è tornato fuori di nuovo, perchè quel libro racconta di quella gente vista allora. La sua storia ci confronta con un’antica tradizione ancora viva negli anni cinquanta del secolo scorso, però ormai penso non più eseguita. Una „accabadora“, protagonista nel libro è, secondo la spiegazione del libro, colei che „finisce“. „Agli occhi della comunità il suo non è un gesto di un`assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l´ultima madre“

Le persone intorno agiscono secondo le antiche regole di una comunità, parlano poco e tuttavia si capiscono. Sullo sfondo di questa tradizione di far finire una vita pietosamente, il libro ci racconta la vita di un personaggio non necessariamente destinato all´amore ed alla pietà dell´accabadora. Ed è perciò che oltre alla bellezza della lingua dell’autrice e della sua poesia insieme alla crudeltà di certi avvenimenti, questo agire dell´accabadora ha suscitato tante discussioni controverse sulla questione di una morte desiderata e richiesta.

Così mi ricorderò sempre di questo libro insieme alla voglia di tornare in Sardegna.

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